Moltitudini

Sono nata troppo lontano
per imparare a stare ferma
diciotto case e mille strade
e ogni volta una pelle nuova
Ho sacrificato il mio Sé
per avere un posto nel vostro mondo
divento chi ho di fronte
per bisogno di conferme
Sono scanner, sento tutto e troppo
capisco prima dove cade il colpo
anticipo il bisogno, tengo il bordo
per non sentire addosso la paura
Contengo moltitudini
più di quante ne vuoi tu
sono il sole sulla pelle
e il silenzio dentro il buio
ho corso forte per non perdermi
per non sparire dentro il blu
ma il mio corpo sa la strada
anche quando non lo so più
Ho fatto casa dentro gli altri
pensando fosse casa mia
ho tenuto il peso e il rumore
senza chiedermi dov’ero io
E ogni volta che qualcosa
non parlava più di me
cambiavo pelle, cambiavo strada
per non restare lì a morire
Sono scanner, sento tutto e troppo
capisco prima dove cade il colpo
anticipo il bisogno, tengo il bordo
per non sentire addosso la paura
Ora c’è una parte che mi guarda
e dice puoi smettere così
non devi tenere tutto insieme
non devi salvare per restare lì
Puoi esserci se ti cercano
puoi amare senza consumarti
puoi lasciare il mondo al suo destino
senza per questo abbandonarti
Contengo moltitudini
ma adesso voglio anche me
non più persa dentro ai vostri occhi
non più viva solo se serve
il mio corpo sa la strada
l’ha saputo sempre lui
e se mi perdo nel rumore
questa volta torno qui

Siamo davvero una persona sola?

“Contengo moltitudini” è una frase di Walt Whitman che mi ha sempre colpita perché mette in discussione un’idea profondamente radicata: quella secondo cui, per stare bene, dovremmo essere perfettamente coerenti.
Dovremmo sapere chi siamo, cosa vogliamo, cosa sentiamo. Dovremmo reagire nello stesso modo nelle diverse situazioni e riconoscerci in un’identità sufficientemente stabile.
Eppure l’esperienza interiore racconta qualcosa di molto diverso.
Possiamo desiderare profondamente una relazione e avere contemporaneamente paura dell’intimità. Volere libertà e cercare protezione. Sentirci forti e, nello stesso momento, avere un enorme bisogno di essere sostenuti. Una parte di noi vuole restare, un’altra vuole scappare. Una desidera esporsi, un’altra teme il giudizio.
Non siamo necessariamente incoerenti. Siamo complessi.
Dentro di noi convivono parti diverse, nate in momenti differenti della nostra storia e organizzate intorno a bisogni, emozioni, esperienze e modalità di protezione differenti.
Il problema non è avere molte parti.
Il problema nasce quando una parte prende stabilmente il comando e le altre non hanno più diritto di esistere.

“Ho sacrificato il mio Sé per avere un posto nel vostro mondo”

Il bambino costruisce la propria identità dentro una relazione.
Prima ancora di sapere chi è, scopre chi può essere con le persone dalle quali dipende.
Osserva ciò che produce vicinanza e ciò che provoca distanza. Impara quali emozioni vengono accolte, quali disturbano, quali comportamenti ricevono approvazione e quali sembrano mettere a rischio il legame.
Una parte spontanea può così progressivamente lasciare spazio a una parte più adatta all’ambiente.
Donald Winnicott utilizzò il concetto di Falso Sé per descrivere proprio una forma di organizzazione costruita attraverso l’adattamento alle richieste dell’ambiente. Non si tratta semplicemente di fingere. Il Falso Sé può avere una funzione protettiva: permette di stare nella relazione preservando qualcosa di più autentico e vulnerabile.
In una certa misura tutti ci adattiamo.
La domanda diventa un’altra:
quanto di me devo sacrificare per poter appartenere?

“Divento chi ho di fronte”

Ci sono persone che sviluppano una straordinaria capacità di adattamento relazionale.
Entrano in una stanza e comprendono rapidamente il clima. Intuiscono ciò che l’altro desidera, ciò che può infastidirlo, ciò che lo tranquillizza. Modificano inconsapevolmente tono, comportamento, energia.
Questa sensibilità può diventare una grande competenza.
Permette di comprendere le persone, lavorare bene nelle relazioni, mediare, accogliere, prendersi cura.
Ma quando nasce dalla necessità di preservare continuamente il legame può avere un costo: l’attenzione rimane prevalentemente orientata verso l’esterno.
Come stai tu?
Cosa vuoi?
Sei contento di me?
Ti sto deludendo?
Hai ancora bisogno di me?
E lentamente può diventare più difficile ascoltare domande molto diverse:
Come sto io?
Cosa voglio io?
Questa situazione mi appartiene davvero?

“Sono scanner, sento tutto e troppo”

La parola scanner nella canzone non è casuale.
Quando per molto tempo abbiamo avuto bisogno di comprendere rapidamente ciò che accade intorno a noi, possiamo sviluppare una particolare sensibilità ai segnali relazionali.
Un cambiamento nel tono della voce.
Un’espressione del volto.
Una pausa.
Un silenzio diverso dal solito.
Una tensione nel corpo dell’altro.
Non abbiamo necessariamente bisogno che qualcuno dica che qualcosa non va. Lo abbiamo già percepito.
Questa modalità può avvicinarsi a ciò che in psicologia viene descritto come ipervigilanza relazionale: un’attenzione molto elevata ai segnali che potrebbero anticipare tensione, rifiuto, conflitto o cambiamenti nella disponibilità dell’altro.
Non è soltanto paura.
Con il tempo può diventare una competenza sofisticata.
Il problema arriva quando lo scanner non si spegne mai.
Quando siamo continuamente impegnati a leggere l’ambiente, anticipare, regolare, prevenire, rimane molto meno spazio per sentire ciò che accade dentro di noi.

Anticipare il bisogno

“Anticipo il bisogno” racconta un altro passaggio importante.
Non aspetto che tu mi chieda qualcosa.
Lo capisco prima.
E intervengo.
Può sembrare semplicemente generosità, e spesso lo è. Ma a volte sotto esiste anche una strategia relazionale più antica:
se comprendo ciò di cui hai bisogno e riesco a dartelo, forse il mio posto nella relazione sarà più sicuro.
Essere utili diventa allora una forma di appartenenza.
È qui che può nascere la parte che salva, sostiene, risolve, contiene.
Una parte preziosa, spesso estremamente competente.
Ma se occupa troppo spazio può comparire una domanda scomoda:
mi vuoi perché sono io o perché servo?

“Ho fatto casa dentro gli altri”

Forse è una delle frasi centrali della canzone.
Abbiamo tutti bisogno degli altri per costruire la nostra identità. Il riconoscimento, l’appartenenza e la relazione sono bisogni profondamente umani.
Ma possiamo arrivare a utilizzare lo sguardo dell’altro come principale sistema di orientamento.
Sto bene se tu stai bene con me.
Valgo se mi riconosci.
Sono importante se hai bisogno di me.
Sono desiderabile se mi desideri.
Sono abbastanza se mi approvi.
In questo modo facciamo casa dentro gli altri.
E finché quella casa rimane stabile possiamo persino sentirci al sicuro.
Il problema emerge quando l’altro cambia, si allontana, non ha più bisogno di noi oppure semplicemente smette di restituirci l’immagine alla quale ci eravamo abituati.
Allora non perdiamo soltanto una relazione.
Possiamo temporaneamente perdere un pezzo del modo in cui eravamo abituati a riconoscerci.

Le nostre parti non hanno tutte la stessa età

Una delle cose più interessanti del lavoro interiore è accorgersi che le nostre reazioni non appartengono sempre alla stessa parte di noi.
C’è una parte adulta che conosce la realtà presente.
Ma può esserci una parte molto più antica che continua a reagire secondo ciò che ha imparato molti anni prima.
Una parte sa perfettamente che può cavarsela da sola.
Un’altra teme ancora di essere abbandonata.
Una sa mettere confini.
Un’altra pensa che dire no significhi perdere l’amore.
Una desidera intensamente qualcosa.
Un’altra la trattiene perché teme le conseguenze.
Una vuole affidarsi.
Un’altra ha imparato che affidarsi è pericoloso.
Non serve decidere quale delle due sia quella “vera”.
Sono entrambe nostre.
La differenza è che non tutte stanno reagendo al presente.

La parte che salva e quella che vuole essere salvata

Possiamo essere estremamente capaci di prenderci cura degli altri e contemporaneamente contenere una parte che desidera profondamente essere accudita.
Le due cose non si contraddicono.
A volte, anzi, sono intimamente collegate.
La persona che ha imparato molto presto a occuparsi degli altri può aver sviluppato una straordinaria capacità di cura proprio perché conosce profondamente il bisogno.
Ma se si identifica completamente con la parte che salva, la parte che avrebbe bisogno di ricevere rischia di rimanere nascosta.
Finché comincia a protestare.
Attraverso la stanchezza.
La rabbia.
L’invidia.
La sensazione di dare sempre più di quanto si riceva.
Il desiderio improvviso di non occuparsi più di nessuno.
Queste emozioni non sono necessariamente il problema.
A volte sono la voce di una parte rimasta troppo a lungo senza spazio.

La parte forte e quella bisognosa

Lo stesso accade con la forza.
Possiamo essere forti davvero.
Avere attraversato difficoltà, sviluppato autonomia, capacità di reagire, determinazione.
E contemporaneamente avere una parte che desidera essere scelta, protetta, sostenuta.
Riconoscere quella parte non cancella la forza.
La rende più completa.
Perché quando dobbiamo essere forti continuamente, la forza smette di essere una risorsa e diventa un obbligo.
Essere integri significa poter dire:
so cavarmela da sola e oggi ho bisogno di te.
Le due affermazioni possono convivere.

La parte che resta e quella che vuole andare

Ci sono momenti nei quali una parte di noi vuole preservare ciò che conosce.
Una relazione.
Un lavoro.
Un’identità.
Un modo di vivere.
Un’altra comincia invece a sentire che qualcosa non le appartiene più.
È facile trasformare questo conflitto in una battaglia interiore.
Quale parte ha ragione?
Devo restare o andare?
Devo accontentarmi o cambiare?
Ma prima ancora di decidere può essere molto più interessante ascoltare cosa sta cercando di proteggere ciascuna parte.
Quella che resta potrebbe proteggere sicurezza e appartenenza.
Quella che vuole andare potrebbe proteggere vitalità e desiderio.
Se facciamo tacere immediatamente una delle due perdiamo metà dell’informazione.

Quando una parte prende il comando

Il problema quindi non è contenere moltitudini.
È essere governati inconsapevolmente da una sola parte.
Quando guida la parte compiacente diciamo sì mentre vorremmo dire no.
Quando guida quella impaurita rinunciamo prima ancora di provare.
Quando guida quella che salva ci occupiamo di tutti dimenticandoci di noi.
Quando guida quella arrabbiata possiamo leggere ogni richiesta come un’invasione.
Quando guida quella bisognosa possiamo chiedere a una relazione di riempire qualcosa che nessuna relazione può colmare completamente.
Quando guida quella iperindipendente possiamo rifiutare proprio ciò che desideriamo perché averne bisogno ci rende vulnerabili.
La consapevolezza comincia quando riusciamo a creare una piccola distanza:
una parte di me sente questo.
È molto diverso da:
io sono questo.

Non eliminare le parti: conoscerle

Nel lavoro personale esiste spesso la tentazione di eliminare ciò che ci disturba.
Non voglio più essere bisognosa.
Non voglio più avere paura.
Non voglio più essere geloso.
Non voglio più compiacere.
Non voglio più arrabbiarmi.
Ma una parte che abbiamo combattuto per anni raramente scompare perché abbiamo deciso che non ci piace.
Più interessante è domandarle:
cosa stai cercando di fare per me?
La parte che controlla potrebbe cercare sicurezza.
Quella che compiace potrebbe proteggere dal rifiuto.
Quella che si arrabbia potrebbe difendere un confine.
Quella che si ritira potrebbe proteggerci da una ferita.
Quella che seduce potrebbe cercare conferma del proprio valore.
Quella che vuole scappare potrebbe tentare di restituirci spazio.
Comprendere la funzione di una parte non significa necessariamente lasciarle il comando.
Significa poterla ascoltare senza esserne governati.

“Ora c’è una parte che mi guarda”

Qui la canzone cambia.
Non spariscono le altre parti.
Compare qualcuno capace di osservarle.
“C’è una parte che mi guarda e dice puoi smettere così.”
È un passaggio fondamentale.
Tra l’impulso e l’azione comincia ad aprirsi uno spazio.
Posso sentire la parte che vuole correre a salvarti senza doverlo fare.
Posso sentire quella che teme di essere abbandonata senza aggrapparmi.
Posso accorgermi della parte che cerca approvazione senza permetterle di decidere il mio valore.
Posso ascoltare la rabbia senza necessariamente trasformarla in attacco.
La libertà non nasce quando tutte le nostre parti finalmente concordano.
Nasce quando possiamo ascoltarle senza consegnare automaticamente a una di loro il volante.

Il corpo sa prima

“Il mio corpo sa la strada anche quando non lo so più.”
La mente è straordinariamente capace di spiegare, giustificare, adattarsi.
Il corpo spesso registra prima la distanza tra ciò che stiamo vivendo e ciò di cui avremmo bisogno.
Il respiro cambia.
La mandibola si stringe.
Il torace si chiude.
Compare un peso.
Oppure, al contrario, qualcosa si apre.
Respiriamo più profondamente.
Sentiamo energia.
Voglia di muoverci.
Calore.
Presenza.
Il corpo non ci consegna necessariamente una spiegazione già pronta. Ci offre un’informazione.
Ed è per questo che imparare ad ascoltarlo è così importante.
Possiamo aver costruito ottime ragioni per restare in una situazione e sentire il corpo spegnersi.
Possiamo avere mille ragioni per non fare qualcosa e sentire invece una vitalità improvvisa quando la immaginiamo.
Prima ancora di sapere perché, qualcosa dentro di noi sta parlando.

Tornare al corpo significa tornare a sé

Nel lavoro bioenergetico questo passaggio diventa particolarmente concreto.
Non ci chiediamo soltanto cosa pensiamo.
Osserviamo cosa accade mentre ne parliamo.
Come respiriamo.
Dove tratteniamo.
Cosa succede alle gambe.
Alla gola.
Al ventre.
Al petto.
Quale impulso compare e viene immediatamente bloccato.
A volte diciamo “va tutto bene” mentre il corpo si contrae.
Oppure raccontiamo qualcosa che consideriamo doloroso e improvvisamente compare energia.
Il corpo aggiunge alla storia una parte dell’informazione che la mente può aver imparato a ignorare.
Ed è proprio per questo che nella canzone il corpo non arriva alla fine per caso.
È il filo che permette di tornare a casa.

“Puoi amare senza consumarti”

Integrare le nostre parti non significa diventare meno disponibili, meno sensibili o meno capaci di amare.
Significa non doverci perdere per farlo.
Posso sentire il tuo bisogno senza doverlo soddisfare.
Posso capire la tua sofferenza senza assumermene la responsabilità.
Posso esserci senza salvarvi.
Posso amare senza consumarmi.
Posso lasciare che qualcuno sia deluso da me senza pensare di aver distrutto il legame.
Posso essere importante per qualcuno senza dover essere indispensabile.
Questo non elimina il bisogno di relazione.
Elimina progressivamente la necessità di sacrificare noi stessi per mantenerla.

“Contengo moltitudini, ma adesso voglio anche me”

Forse è qui che il significato della canzone diventa più chiaro.
Non dobbiamo scegliere una parte e dichiararla finalmente quella autentica.
Non dobbiamo diventare perfettamente coerenti.
E non dobbiamo eliminare tutte le contraddizioni.
Possiamo essere forti e vulnerabili.
Autonomi e bisognosi.
Generosi e stanchi di dare.
Desiderare vicinanza e avere bisogno di spazio.
Amare qualcuno ed essere arrabbiati con lui.
Voler cambiare e avere paura di farlo.
Contenere moltitudini significa poter riconoscere tutto questo senza sentirci sbagliati ogni volta che due parti di noi desiderano cose diverse.
Il passaggio decisivo è un altro: non perderci più completamente dentro una sola di loro.
E soprattutto non perderci continuamente dentro gli altri.
Perché forse diventare adulti non significa arrivare finalmente a poter dire con assoluta certezza:
“Io sono questo.”
Significa poter dire:
“Tutto questo appartiene a me. Posso ascoltarlo. Posso contenerlo. E posso scegliere.”
È allora che l’ultima frase della canzone smette di essere soltanto una frase:
“E se mi perdo nel rumore, questa volta torno qui.”
Tornare qui non significa tornare a un’identità immobile.
Significa tornare a sé.


0 commenti

Lascia un commento

Segnaposto per l'avatar

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *