Neurocezione, memoria corporea e Bioenergetica

Ho imparato il mondo dagli odori,
quando gli occhi imparavano la luce,
le mani imparavano i confini,
il respiro trovava il suo ritmo,
e le parole non erano ancora nate.
Sapevo già cosa mi faceva paura
e cosa mi faceva restare.

Una voce cambia il battito,
uno sguardo rallenta il tempo,
un odore mi dice: “resta”
senza aver parlato mai.

Sentirsi al sicuro è così difficile,
ma basta una goccia di profumo
e sono dove vorrei essere.

I miei confini hanno l’odore
di ciò che non mi consuma.
Li sento prima di capirli,
come il mare sente la luna.

Ci sono stanze che sanno stringere,
altre che chiedono distanza.
Ci sono silenzi che fanno rumore,
altri che sembrano casa.

La pelle ricorda ogni incontro,
anche quando la mente dimentica.
Ogni senso custodisce una storia
che nessuna parola racconta.

Sentire fa paura,
ma è anche il mio ritorno al sicuro.
Quello che mi rende vulnerabile
mi restituisce presenza,
dove finisco io
e dove comincia il mondo.

Sentirsi al sicuro è così difficile,
ma basta una goccia di profumo
e il tempo cambia direzione.

I miei confini hanno l’odore
di ciò che non mi consuma.
Prima di ogni parola,
la vita mi aveva già parlato.

Il corpo sente prima che la mente capisca

Prima di sapere spiegare ciò che ci accade, il nostro organismo ha già cominciato a rispondere.

Una voce può cambiare qualcosa dentro di noi. Uno sguardo può metterci in allerta. Una stanza può farci desiderare di uscire senza che sappiamo dire perché. Un odore, al contrario, può produrre un’immediata sensazione di familiarità e farci sentire improvvisamente a casa.

Non abbiamo ancora formulato un pensiero, eppure qualcosa dentro di noi ha già distinto tra avvicinarsi e allontanarsi, aprirsi e proteggersi.

Stephen Porges ha utilizzato il termine neurocezione per descrivere il processo attraverso il quale il sistema nervoso valuta, in larga parte al di fuori della consapevolezza cosciente, i segnali provenienti dall’ambiente, dalle altre persone e dall’interno del corpo, organizzando le proprie risposte anche in relazione alla percezione di sicurezza o minaccia.

La neurocezione non è però una sorta di sesto senso infallibile. Non ci dice necessariamente come stanno le cose: ci racconta come il nostro organismo le sta percependo.

Ed è una distinzione fondamentale.

Prima delle parole

Questa capacità comincia molto presto.

Il bambino non possiede ancora le parole per descrivere sicurezza, paura, vicinanza o distanza. Eppure riconosce una voce, un volto, un odore, il modo in cui viene toccato e il ritmo di chi si prende cura di lui.

Il suo organismo impara attraverso esperienze sensoriali e relazionali ripetute.

Per questo una parte della nostra storia non è custodita sotto forma di racconto. Esiste anche una memoria implicita, costruita attraverso esperienze che possono non essere accessibili come ricordi autobiografici e che contribuiscono al modo in cui reagiamo al presente.

Possiamo quindi non conoscere consapevolmente l’origine di una determinata sensazione e accorgerci ugualmente che alcune persone, situazioni, luoghi o modalità relazionali producono in noi reazioni molto rapide.

Il corpo può rispondere prima che la mente abbia costruito una spiegazione.

Quando il presente incontra il passato

La neurocezione non avviene in un organismo privo di storia.

Ciò che percepiamo oggi incontra inevitabilmente ciò che abbiamo già vissuto. Esperienze ripetute contribuiscono a costruire aspettative, associazioni e modalità attraverso cui interpretiamo ciò che accade.

Questo significa che una risposta corporea è reale, ma non necessariamente che la sua interpretazione del presente sia sempre esatta.

Possiamo percepire una minaccia dove, nel presente, non esiste un pericolo reale. Ma può accadere anche il contrario: possiamo sentirci stranamente a nostro agio in situazioni che non ci fanno bene semplicemente perché alcune dinamiche ci sono familiari.

Il corpo non mente nel senso che la risposta che produce sta realmente accadendo. Ma quella risposta ha una storia.

Comprenderla significa allora non fermarsi a “che cosa sto sentendo?”, ma arrivare anche a chiedersi:

“A che cosa sta rispondendo il mio organismo?”

I confini si sentono prima di essere pensati

Questo processo riguarda profondamente anche le relazioni.

Un confine non nasce sempre da una decisione razionale. Molto spesso qualcosa è già accaduto prima che possiamo pensare: questo mi piace, questo è troppo, questa persona può avvicinarsi, qui ho bisogno di distanza.

Il confine è quindi anche un’esperienza corporea.

È la percezione di dove finisco io e dove comincia l’altro.

Ma riconoscere questa percezione non è sempre semplice.

Se nel corso della nostra storia abbiamo imparato che per mantenere una relazione era necessario adattarci, controllarci, non mostrare alcune emozioni, ignorare determinati bisogni oppure non opporci, possiamo progressivamente diventare meno capaci di riconoscere alcuni segnali.

Ed è proprio qui che il tema della neurocezione può incontrare il lavoro della Bioenergetica.

Dalla neurocezione alla struttura caratteriale: il contributo della Bioenergetica

La Bioenergetica è stata sviluppata da Alexander Lowen a partire dal lavoro di Wilhelm Reich e dalla sua osservazione della relazione profonda tra corpo, emozioni e carattere.

Per Lowen il carattere non rappresenta semplicemente l’insieme dei tratti della personalità.

È anche una modalità relativamente stabile attraverso cui la persona ha imparato a organizzarsi, proteggersi, contenere determinate emozioni e mantenere le relazioni di cui aveva bisogno.

Una risposta che inizialmente ha avuto una funzione adattiva può, attraverso la ripetizione, diventare una modalità abituale.

Lowen individuò cinque principali strutture caratteriali: schizoide, orale, psicopatica o narcisistica, masochista e rigida. Non vanno intese come etichette nelle quali classificare rigidamente una persona. Ognuno può presentare aspetti appartenenti a strutture differenti e la persona non può essere ridotta a una tipologia.

Il modello è stato successivamente ampliato e rielaborato da altri autori. Tra questi Stephen M. Johnson, psicoterapeuta e autore di numerosi lavori sulla trasformazione caratteriale, ha integrato gli apporti della psicologia dello sviluppo e delle relazioni oggettuali con la tradizione reichiana e bioenergetica.

Johnson ha approfondito in particolare la struttura simbiotica, non presente tra le cinque strutture originarie formulate da Lowen. Il nucleo di questa organizzazione riguarda il processo di separazione e individuazione: diventare pienamente se stessi, differenziarsi e affermare la propria autonomia può essere vissuto come qualcosa che mette a rischio il legame con l’altro.

Si crea allora un conflitto profondo: ho bisogno di separarmi per diventare me stesso, ma temo che separarmi significhi perdere la relazione.

Anche la vicinanza può diventare ambivalente. Una distanza eccessiva può essere vissuta come abbandono, mentre una vicinanza troppo intensa può produrre la sensazione di perdere i propri confini. Il problema non è quindi semplicemente la dipendenza dall’altro, ma la difficoltà a trovare una distanza relazionale nella quale sia possibile essere contemporaneamente in relazione e distinti.

Le strutture caratteriali raccontano così differenti modalità attraverso cui abbiamo imparato a stare nel mondo.

C’è chi ha imparato soprattutto a ritirarsi e a ridurre il contatto con ciò che sente; chi tende a cercare nell’altro il sostegno che fatica a percepire dentro di sé; chi fatica a differenziarsi senza temere di perdere il legame; chi utilizza maggiormente il controllo; chi trattiene l’impulso e la protesta per preservare la relazione; chi contiene vulnerabilità ed emozioni attraverso la padronanza di sé, l’efficienza o la prestazione.

Queste strategie non riguardano soltanto il pensiero o il comportamento.

Secondo il modello bioenergetico, il corpo partecipa alla costruzione della difesa.

Quando la difesa diventa anche corporea

Lowen osservò come alcune tensioni muscolari potessero diventare croniche e contribuire al mantenimento della struttura caratteriale.

Se un impulso deve essere continuamente inibito, infatti, anche il corpo partecipa al suo contenimento.

Trattenere una protesta, impedire un movimento, non mostrare paura, controllare il bisogno di vicinanza, non permettersi di cedere o impedire l’espressione della rabbia richiedono una qualche forma di organizzazione corporea.

Quando questa organizzazione si ripete nel tempo può diventare talmente abituale da non essere più percepita come uno sforzo.

È semplicemente il nostro modo di essere.

Ed è qui che neurocezione e Bioenergetica possono essere messe in dialogo, pur appartenendo a modelli teorici differenti.

La neurocezione descrive il modo in cui l’organismo rileva e valuta automaticamente determinati segnali.

La teoria caratteriale di Lowen e i suoi sviluppi successivi permettono invece di esplorare come la storia della persona possa aver contribuito a organizzare modalità ricorrenti di difesa, espressione e relazione.

Una riguarda ciò che viene percepito.

L’altra aiuta a osservare come abbiamo imparato a rispondere.

Lavorare sul corpo: incontrare ciò che non sappiamo di trattenere

Una delle intuizioni fondamentali di Lowen è che possiamo portare nel corpo tensioni e blocchi dei quali non siamo più consapevoli.

Se una tensione è presente da molti anni, infatti, non viene necessariamente percepita come tensione. Diventa il nostro modo abituale di stare in piedi, muoverci, respirare, contenere un’emozione o entrare in relazione. Non sentiamo di essere contratti: semplicemente, non conosciamo più un’organizzazione diversa.

È per questo che praticare Bioenergetica non significa soltanto imparare ad ascoltare le sensazioni corporee.

Attraverso gli esercizi corporei sviluppati da Alexander Lowen — il grounding, il bend-over, il lavoro sulle gambe e sul bacino, le posizioni di apertura, il movimento, la respirazione, la voce e gli esercizi espressivi — il corpo viene sollecitato in modi differenti da quelli abituali.

Ed è proprio questa esperienza che può far emergere ciò che normalmente rimane invisibile.

Una rigidità che non sapevamo di avere. Una parte del corpo che facciamo fatica a sentire. Una tensione che compare quando proviamo a lasciarci andare. Un movimento che vorremmo compiere ma che sembra interrompersi. Un’emozione che emerge quando una determinata area del corpo comincia a diventare più mobile.

Gli esercizi permettono quindi di portare consapevolezza nei blocchi e nelle tensioni croniche e favorirne progressivamente lo scioglimento, restituendo al corpo maggiore mobilità ed espressività.

Ma il punto non è semplicemente diventare più sciolti.

Nel modello di Lowen, quelle tensioni fanno parte dell’organizzazione caratteriale della persona. Sciogliere progressivamente un blocco significa quindi anche entrare in contatto con ciò che quel blocco ha contribuito a contenere: un’emozione, un impulso, un bisogno, una protesta, una paura, una modalità di protezione.

Il corpo diventa così una via di accesso a parti della nostra esperienza che non sempre possono essere raggiunte attraverso la sola comprensione razionale.

Possiamo sapere moltissimo di noi e continuare a ripetere la stessa risposta. L’esperienza corporea permette di incontrarla là dove accade, prima ancora che venga spiegata.

Sciogliere non significa eliminare la difesa

Parlare di blocchi corporei può far pensare che l’obiettivo della Bioenergetica sia individuare una tensione e liberarsene.

È una visione troppo semplice.

Una difesa si è costruita perché, in un determinato momento della storia della persona, aveva una funzione. Ha permesso di proteggere qualcosa, mantenere un legame, contenere un’esperienza troppo intensa o trovare una forma possibile di adattamento.

Per questo il lavoro non consiste nel combatterla.

Consiste nel fare in modo che una risposta che un tempo poteva essere necessaria non sia più l’unica risposta disponibile.

Una persona abituata a trattenere può sperimentare l’espressione senza perdere necessariamente la relazione.

Chi ha imparato ad adattarsi può incontrare il proprio no.

Chi utilizza prevalentemente il controllo può sperimentare momenti di maggiore abbandono senza sentirsi travolto.

Chi tende a ritirarsi può sperimentare il contatto continuando a percepire il proprio confine.

Chi vive prevalentemente modalità simbiotiche può sperimentare la possibilità di differenziarsi dall’altro senza che la differenza debba necessariamente significare perdita del legame.

Chi ha imparato a non sentire un bisogno può iniziare a riconoscerlo senza essere obbligato né a soddisfarlo immediatamente né a negarlo.

È qui che sciogliere un blocco assume un significato più profondo: non cancellare ciò che siamo stati, ma recuperare possibilità che la nostra organizzazione difensiva aveva reso meno accessibili.

Il movimento come spazio di esplorazione: 5Ritmi, Soul Motion e Biodanza

La Bioenergetica non è l’unica strada attraverso cui possiamo aumentare la consapevolezza corporea.

Esistono pratiche di movimento che nascono da presupposti differenti ma che possono offrire un altro importante spazio di esplorazione. Tra queste, i 5Ritmi, Soul Motion e Biodanza.

Qui non si tratta di eseguire correttamente una coreografia né di imparare a ballare.

Il corpo viene lasciato muovere e, proprio attraverso il movimento, possiamo incontrare aspetti di noi che nella quotidianità rimangono meno visibili.

Come occupo lo spazio? Quanto mi permetto di espandermi? Quanto controllo il movimento e quanto riesco ad affidarmi a ciò che emerge? Che cosa accade quando qualcuno si avvicina? Cerco il contatto o mi sottraggo? Riesco a stare con l’altro senza perdere il mio movimento? Posso separarmi e tornare a me?

Il movimento diventa così contemporaneamente indagine corporea e relazionale.

Nei 5Ritmi, sviluppati da Gabrielle Roth, l’esplorazione attraversa cinque differenti qualità del movimento — Flowing, Staccato, Chaos, Lyrical e Stillness — creando una sorta di onda nella quale il corpo può attraversare modi diversi di muoversi, esprimersi e stare nello spazio.

Soul Motion, sviluppata da Vinn Arjuna Martí, porta una particolare attenzione alla presenza e alla relazione: il movimento viene esplorato nel rapporto con se stessi, con l’altro, con il gruppo e con lo spazio.

La Biodanza, ideata da Rolando Toro, utilizza musica, movimento e incontro come strumenti per favorire l’espressione, l’affettività e la relazione.

Sono pratiche differenti e non sostituiscono il lavoro del Counseling Bioenergetico. Ma condividono qualcosa di prezioso: ci permettono di scoprire il corpo attraverso l’esperienza, invece di limitarci a pensarlo.

Muoversi, danzare, respirare, percepire il proprio peso, attraversare lo spazio, incontrare un’altra persona e poi tornare a sé possono diventare modi diversi di recuperare parti della nostra esperienza corporea che nel tempo abbiamo limitato, controllato o semplicemente smesso di sentire.

In fondo, il filo che attraversa tutte queste esperienze è lo stesso: sciogliere il corpo, renderlo più percepibile e recuperare la possibilità di stare in relazione con noi stessi, con gli altri e con lo spazio che abitiamo.

Dal segnale automatico alla possibilità di scegliere

Neurocezione, Bioenergetica e pratiche di movimento ci permettono così di osservare aspetti diversi della stessa esperienza, senza confondere modelli e strumenti differenti.

La neurocezione aiuta a comprendere perché qualcosa possa accadere dentro di noi prima che sappiamo spiegarlo.

La lettura di Lowen, arricchita dagli sviluppi successivi di autori come Johnson, permette di esplorare come la nostra storia abbia contribuito a costruire strutture caratteriali e modalità corporee di protezione.

Il lavoro bioenergetico permette di incontrare nel corpo blocchi e tensioni che possiamo avere smesso persino di percepire.

Il movimento e la danza consapevole aprono un ulteriore territorio di esplorazione: quello del corpo che entra nello spazio, incontra l’altro, si avvicina, si allontana, occupa il proprio posto e sperimenta nuove possibilità.

È forse qui che il verso “li sento prima di capirli” acquista un significato ulteriore.

Sentire è il principio.

Poi posso riconoscere ciò che accade, incontrare il modo in cui ho imparato a proteggermi e distinguere ciò che appartiene al presente da ciò che continua ad arrivare dalla mia storia.

E qualche volta, proprio nello spazio che si apre tra una vecchia risposta e quella che oggi posso scegliere, nasce qualcosa di nuovo.

Presenza.


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