Capire è importante. A volte è persino liberatorio.
Riuscire finalmente a riconoscere perché reagiamo in un certo modo, da dove nasce una paura, perché continuiamo a entrare nelle stesse dinamiche o perché alcune situazioni ci attivano così tanto può tenere a bada la paura, dare un senso al dolore e restituire una sensazione di maggiore ordine interno.
Dare un nome a ciò che accade ci permette di non viverlo più soltanto come qualcosa che ci travolge. Possiamo iniziare a riconoscere quale parte di noi entra in quello spazio: la parte impaurita, quella che si adatta, quella che controlla, quella che si sente esclusa, quella che si arrabbia, quella che si vergogna.
Quando riusciamo a vedere che non siamo interamente quella reazione, ma che una parte di noi si sta attivando, cambia anche il modo in cui possiamo starle accanto. Possiamo comprenderne la funzione, ciò che teme e ciò di cui avrebbe bisogno.
Eppure capita qualcosa di frustrante: riconosciamo perfettamente quella parte e il suo meccanismo, ma continuiamo a entrarci.
So che quella parte di me si sente rifiutata, ma il dolore arriva comunque.
So che sto entrando nella parte che si adatta, ma continuo a dire sì quando vorrei dire no.
So che è la paura ad attivarsi, ma il corpo reagisce prima che riesca a rassicurarmi.
So che quella parte di me cerca di tenere tutto sotto controllo, ma non riesco semplicemente a dirle di smettere.
Comprendere qualcosa con la mente e riuscire a modificare una risposta automatica sono due processi differenti.
Molte delle nostre reazioni iniziano prima del pensiero
Gran parte di ciò che accade dentro di noi non nasce da una decisione consapevole.
Il corpo e il sistema nervoso registrano continuamente ciò che succede intorno a noi: un tono di voce, uno sguardo, una distanza, un silenzio, una richiesta, una tensione nella relazione.
E possono rispondere molto velocemente.
Solo successivamente arriva la mente a interpretare quello che è successo.
Per questo una parte di noi può essersi già attivata prima che riusciamo a pensare: non c’è nulla da temere, questa volta posso rispondere diversamente, non devo necessariamente adattarmi.
La comprensione arriva, ma la risposta è già partita.
E se quella modalità è stata utilizzata per molti anni, può essere diventata talmente familiare da sembrarci semplicemente “il nostro carattere”.
Non siamo una sola parte
Pensarci come un insieme di parti permette di osservare l’esperienza in modo diverso.
Dentro di noi possono convivere una parte adulta e capace di vedere la realtà presente e una parte molto più antica che continua a rispondere sulla base di ciò che ha imparato.
Una parte può sapere che oggi siamo al sicuro, mentre un’altra continua ad avere paura.
Una può desiderare una relazione, mentre un’altra teme di essere ferita.
Una può voler mettere un limite, mentre un’altra teme che dicendo no perderà il legame.
Una può avere bisogno di riposare, mentre quella abituata alla prestazione continua a spingere.
Queste parti non sono errori da eliminare.
Molto spesso sono modalità che si sono organizzate per proteggerci, permetterci di adattarci o mantenere relazioni importanti.
Il problema nasce quando una di queste modalità prende automaticamente il comando e diventa l’unica risposta possibile.
Quello che chiamiamo carattere contiene una storia
Alexander Lowen, attraverso la Bioenergetica, osservò come le nostre modalità emotive e relazionali possano organizzarsi anche nel corpo.
Una parte che ha imparato a controllarsi può continuare a farlo anche quando il controllo non è più necessario.
Una parte che ha imparato ad adattarsi può diventare velocissima nel percepire i bisogni degli altri e molto meno capace di riconoscere i propri.
Una parte che ha dovuto essere forte può fare fatica a chiedere aiuto.
Una parte che non ha potuto esprimere rabbia può trattenerla nel corpo senza riconoscerla immediatamente come tale.
Una parte che ha imparato che differenziarsi significava rischiare di perdere la relazione può continuare a confondere vicinanza e fusione.
Nel tempo queste risposte possono diventare automatismi corporei, emotivi e relazionali.
Per questo non basta sempre pensare: “Adesso ho capito perché faccio così, quindi da domani cambierò.”
Quella risposta non vive soltanto nel pensiero.
Tra capire e cambiare c’è l’esperienza
Il cambiamento comincia quando ciò che sappiamo di noi diventa qualcosa che riusciamo a riconoscere mentre sta accadendo.
Non soltanto capire a posteriori che mi sono adattato, ma accorgermi che la parte adattata sta entrando in scena.
Non soltanto sapere che trattengo la rabbia, ma riconoscere il momento in cui una parte di me sta già cominciando a contenerla.
Non soltanto rendermi conto alla sera di aver superato i miei limiti, ma iniziare a sentire il momento in cui la parte che vuole continuare a funzionare sta ignorando ciò che il corpo chiede.
Non soltanto dire “questa è una mia paura antica”, ma riuscire a percepire che è una parte impaurita a leggere la situazione presente attraverso qualcosa che appartiene anche alla storia passata.
È in questo passaggio che la conoscenza può trasformarsi in consapevolezza.
Perché tra l’essere completamente dentro una reazione e il riuscire a osservarla si apre uno spazio.
E in quello spazio può comparire una domanda nuova:
Che cosa sta succedendo dentro di me in questo momento? Quale parte si è attivata?
Riconoscere la parte senza combatterla o giudicarla
Quando riconosciamo una parte di noi, il rischio è volerla subito correggere o giudicare.
Non dovrei avere paura.
Non dovrei essere così dipendente.
Dovrei imparare a dire di no.
Dovrei smettere di controllare tutto.
Ma anche questo giudizio può diventare una nuova forma di lotta interna.
Una parte non si modifica necessariamente perché le spieghiamo che sta esagerando o perché la consideriamo sbagliata. Se continua ad attivarsi, probabilmente sta ancora cercando di svolgere una funzione.
Il passaggio importante diventa allora riconoscerla senza identificarci completamente con lei, ma anche senza respingerla.
Può essere più utile domandarsi:
Che cosa teme questa parte?
Che cosa sta cercando di evitare?
Che cosa pensa possa accadere se smette di fare ciò che ha sempre fatto?
Di che cosa avrebbe bisogno per non doversi proteggere nello stesso modo?
La consapevolezza allora non consiste nel far sparire una parte, ma nel riuscire a stare con lei senza essere completamente governati da lei.
Dal riconoscimento a una nuova possibilità
Il cambiamento non significa eliminare paura, rabbia, bisogno, vulnerabilità o controllo.
Significa aumentare le possibilità.
La parte adattata può continuare a esistere senza essere obbligata a dire sempre sì.
La parte impaurita può essere ascoltata senza decidere automaticamente per noi.
La parte che controlla può imparare che non tutto dipende dalla sua capacità di prevedere ciò che accadrà.
La parte arrabbiata può trovare uno spazio di espressione senza dover necessariamente esplodere.
La parte vulnerabile può emergere senza essere immediatamente nascosta.
Quello che cambia progressivamente è la relazione tra le parti.
Non ce n’è più una che deve continuamente prendere il comando mentre tutte le altre vengono escluse.
Può comparire una maggiore capacità di ascoltarle, comprenderle e scegliere quale risposta appartiene realmente al presente.
Imparare a conoscere i propri segnali
Non esiste un’unica mappa valida per tutti.
Per qualcuno l’attivazione arriva soprattutto dal corpo. Per qualcun altro da un’emozione ricorrente, da un pensiero, da un comportamento automatico o dalla sensazione di trovarsi ancora una volta nella stessa situazione.
Conoscersi significa progressivamente costruire la propria mappa.
Quale parte di me compare quando temo di essere rifiutato?
Quale entra in scena quando qualcuno mi chiede troppo?
Quale parte non riesce a fermarsi?
Quale si sente responsabile di tutto?
Quale si ritira?
Quale ha bisogno di essere vista?
Quale si vergogna?
E che cosa succede nel corpo quando ciascuna di queste parti prende spazio?
Non sono domande alle quali serve trovare rapidamente una risposta corretta.
Servono a cominciare a osservare come funzioniamo davvero, invece di come pensiamo che dovremmo funzionare.
Dal sapere al fare esperienza di sé
È da questa idea che nasce “Strumenti per imparare a conoscersi”, un percorso online di cinque incontri.
Non un corso per imparare a controllare meglio ciò che sentiamo e neppure un insieme di tecniche da applicare meccanicamente.
È un percorso per imparare a riconoscere le parti di noi che entrano in azione, comprendere come si esprimono attraverso il corpo, le emozioni e le reazioni automatiche e acquisire strumenti concreti per accorgersi prima di ciò che sta accadendo.
Durante i cinque incontri esploreremo il rapporto tra sistema nervoso, corpo, emozioni, automatismi e parti di noi, per costruire progressivamente una maggiore capacità di stare con ciò che c’è senza esserne ogni volta completamente trascinati.
Perché capire è importante.
Può ridurre la paura. Può dare un significato al dolore. Può permetterci finalmente di vedere la nostra storia con occhi diversi.
Ma conoscere davvero se stessi significa fare un passo ulteriore:
riconoscere chi, dentro di noi, sta parlando in quel momento e imparare a stare in relazione anche con quella parte.
È lì che il sapere può cominciare a trasformarsi in qualcosa di nuovo.
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